di Cinzia Gubbini
"Se Cristian ha aggredito qualcuno, chiedo scusa, ma non mi risulta che in Italia ci sia la pena di morte, neanche per chi commette stragi". Il fratello di Cristian De Cupis, Claudio, è convinto di quel che dice e vuole andare avanti per scoprire come è morto suo fratello, anche se è dura per lui avere a che fare con giornalisti, telecamere, la pressione di decine di persone che vogliono sapere e capire meglio. Ma sa che l'unico modo per provare ad illuminare una vicenda ancora tutta da chiarire è che se ne parli.
Cristian è morto il 12 novembre. Era stato fermato alla stazione Termini il 9, tre giorni prima, e denunciato per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. "Cosa è successo in quelle 72 ore?", chiedono ancora il fratello e la zia che lo hanno cresciuto. Ma anche il municipio XI, il cui presidente Andrea Catarci ha messo a disposizone la sua sala del consiglio per la costituzione del Comitato. Il consigliere di Sel della Provincia Gianluca Peciola ha annunciato la presentazione di una mozione sul caso De Cupis e in cui si chiede anche l'istituzione di un osservatorio sulle carceri, mentre il consigliere di Roma Capitale Andrea Alzetta, oltre a mettersi a disposizione del Comitato, ha ricordato che la violenza delle forze di polizia comincia ad assomigliare a un'emergenza. Del comitato saranno parte tra gli altri, il centro sociale La Strada, che quando era più giovane Cristian qualche volta ha frequentato. Il parroco di Garbatella, che lo conosce da quando era piccolo. La Comunità di Sant'Egidio, che ha sempre seguito i suoi passi di ragazzo sfortunato, "figlio di nessuno", con una vita tormentata dalla droga. "Ma da cinque anni ne era uscito, solo il giorno prima del suo fermo era da me, a scrivere il suo curriculum. Abbiamo ricevuto chiamate da persone che erano disposte ad assumerlo anche dopo al sua morte", dice Alessandro Salone della Comunità. E' emozionato, dice "non è una morte che mi scivola addosso".
A vederla da qui, con i suoi amici, la sua famiglia, le persone che si sono occupate di Cristian e che hanno sempre cercato di aiutarlo, sembra incredibile il racconto di quella mattina, che emerge dal verbale della polizia: prima l'aggressione a un ragazzo alle 4,30 della mattina, tre ore dopo un'altra aggressione, anche quella senza nessuna motivazione, a un agente della Polfer. L'unica cosa che sembra tornare del "personaggio", è il fatto che la polizia gli aveva trovato due magliette rubate in una borsa. Perché di questi furtarelli è composto il "curriculum" giudiziario di Cristian: furti e ricettazioni, quasi tutti fatti negli anni alla stazione. Lo conoscevano bene.
E allora cosa è successo quella mattina? "E' quello che vogliamo sapere - insiste il fratello - fatto sta che a noi non dicono niente, ci dicono che c'è il segreto, poi però vengono fuori notizie senza controllo". La famiglia si riferisce principalmente alla storia dei due filmati, scritta da Repubblica, che sarebbero stati acquisiti dalla Procura di Viterbo: in uno si vedrebbe Cristian mentre picchia il barista, e nell'altra il ragazzo che aggredisce alle spalle l'agnete della Polfer. "Ma non c'è il segreto istruttorio? - chiede Claudio - e allora, visto che qualcun altro li ha potuti visionare, chiediamo che vengano resi pubblici".
La famiglia, in effetti è stata tenuta a margine sin dall'inizio di questa storia. Con delle analogie che ricordano il caso di Stefano Cucchi, sono stati avvertiti soltanto quando Cristian era già morto. "Eppure all'ospedale mi hanno detto che aveva parlato di me, dei miei figli. E non ve l'ha dato il numero di telefono? Ho chiesto. Mi hanno risposto che soffriva di piccole amnesie". Nessuna telefonata alla famiglia ma, cosa ancora più strana, nessuna comunicazione all'Autorità penitenziaria, che invece quando c'è un arresto viene avvertita di default.


















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