"Le primarie hanno una loro logica. Quando si accetta che alla gara partecipino più candidati del Pd, poi se ne devono accettare gli esiti". Così Pier Luigi Bersani commenta il risultato delle primarie del centrosinistra a Genova vinte dal candidato indipendente, ma sostenuto da Sel, Marco Doria che ha battuto i due candidati del Pd per la corsa alle amministrative della prossima primavera. Nonostante questo, però, il segretario invita a "lavorare con entusiasmo" perchè "si vince con Doria". Le ripercussioni interne al Pd, però, si sentono. Il segretario provinciale Victor Rasetto e quello regionale Lorenzo Basso si sono dimessi: " "E' sbagliato drammatizzare l'esito delle primarie ma anche fare finta che il partito non abbia problemi. Rimetto il mio mandato per aprire una discussione e ricompattare il partito".
Chi non nasconde la soddisfazione è Nichi Vendola. "Non ha vinto un partito, bensì una domanda di rinnovamento. Doria è il risultato della sobrietà, del rigore intellettuale, della capacità di ascolto, della civiltà del dialogo, dell'investigazione sociale. Non è un giudizio negativo su Marta Vincenzi e Roberta Pinotti, ma Genova chiede un ricambio: la gente guarda a chi vuol cimentarsi con i suoi problemi e le sue angosce, con chi è pronto a tutelare i diritti e non si ferma davanti agli 'altrimenti': altrimenti Bruxelles, altrimenti le Borse, altrimenti gli industriali. E Basta!".
"Non coltivo l'obiettivo di sottrarre consensi al Pd - sottolinea ancora Vendola -. La nostra aspirazione è costruire il cantiere dell'alternativa: bisogna rimescolare le carte del riformismo e del radicalismo per dare vita a una gara delle idee e non dei pregiudizi, ponendo al centro dell'attenzione il lavoro e portando la sinistra a cercare un compromesso con i moderati, non suicidandosi ma facendo valere le proprie ragioni. A Genova - conclude Vendola - ha vinto il popolo del centrosinistra e ora, tutti insieme, dobbiamo costruire il futuro della città e poi, del Paese".
Per Doria, intervistato da Repubblica, "c'è una terza strada, tra l'antipolitica di Beppe Grillo e la voglia di lasciar perdere che emerge in settori della sinistra. E' la voglia di cambiare da dentro, è la passione, l'entusiasmo della gente". Il denaro speso per la campagna? "Meno della metà di quello che avremmo potuto spendere. C'era un tetto di 20mila euro, ne abbiamo spesi meno di 10mila. Forse anche questo è un segnale per Roma".
Di tutt'altro tenore la reazione di Marta Vincenzi. "Il rischio di una città che muore e non vuole riconoscerlo è lì" si sfoga l'attuale sindaco. Il rischio è "nel voto a Doria come voto anticasta del tutti uguali. Viva i predicatori. Nel non riconoscere l'onesta fatica del riformismo vero. Nell'agitarsi dei gruppi di potere dentro e a fianco del Pd. Dovevo dargli una mazzata subito invece di aspettare che si rassegnassero".


















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